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6 scorci di Milano che forse non conosci
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6 scorci di Milano che forse non conosci

Milano, bisogna ammetterlo, non sono in molti ad apprezzarla. È grigia, dicono alcuni. Fa freddo e piove, ribattono altri. Sono sempre tutti così di fretta, lamentano in molti. Ma, per le vie di Milano, ci sono ancora cittadini che la amano sinceramente – e la apprezzano! – e alle lamentele rispondono con un “può darsi” non troppo convinti delle critiche altrui.

Sei scorci di Milano poco noti e affascinanti che convinceranno i più scettici tra i nuovi abitanti della città e coloro che l’hanno sempre avuta sotto agli occhi ma non l’hanno mai saputa guardare. Perché, detto fra noi: Milan l’è un gran milan.

1. UN ANGOLO DI SILENZIO: FENICOTTERI IN CITTÀ

Da una parte un imprenditore italiano – l’inventore dei formaggini Mio – dall’altra i fenicotteri, liberi nel mezzo di un giardino urbano. Se sei confuso e pensi che le due cose non possano essere collegate tra di loro, è tempo di ricrederti: stiamo parlando di Villa Invernizzi in corso Venezia 32. Per raggiungere la villa dovrai addentrarti in via Cappuccini, un angolo di silenzio e magia, e finalmente potrai ammirarne il giardino che ospita gli insoliti e splendidi pennuti dalle piume rosa.

Romeo Invernizzi – precursore della moda dei flamingo – li ha fatti arrivare a Milano dal Sud America nel lontano 1970. Da allora pare si siano perfettamente adattati e non abbiamo alcuna intenzione di volare via. A qualcuno Milano piace.

2. UNA LEZIONE DI ACQUERELLO IN VICO DEI LAVANDAI

Scendi con la metro verde in porta Genova, percorri via Vigevano e poi costeggia il Naviglio, con calma, perché è uno splendore, soprattutto verso le cinque di pomeriggio di un giorno sereno, non troppo caldo. Vedrai il vicolo comparire da lontano: un mulino, un corso d’acqua, le rane, le lumache, le ninfee e un odore leggermente salmastro. Il Vico dei Lavandai era il luogo in cui le donne milanesi andavano a lavare i panni in passato ed è rimasto immutato nel tempo. Se ti fermi e fai un piccolo sforzo puoi ancora vederle.

Ma non essere timido e addentrati. Arrivato al numero 6 troverai un enorme portone in legno con un’insegna in ceramica azzurra, in stile provenzale. All’interno ci sono una serie di gallerie che espongono principalmente dipinti ad acquerello, pittori e artigiani d’altri tempi. Magari, passeggiando per il Vico, troverai un cartello “vendesi” o “affittasi”: guardalo senza sentirti in imbarazzo, sognare è di rigore.

3. IL GRANDE ORECCHIO DEL PORTINAIO DI VIA SERBELLONI

Immagina di essere invitato a cena da un amico, di arrivare sotto il suo palazzo e invece di citofonare, dover urlare il tuo nome in un grande orecchio. Follia? Sì, finché non ti imbatti in Palazzo Sola Busca in via Serbelloni 10 e nel suo celebre orecchio in bronzo. Oltre a essere stato uno dei primi citofoni in assoluto di tutta la città, vince senza alcun dubbio il premio di più originale.

L’artista è lo scultore Adolfo Wildt, che è riuscito a valorizzare ulteriormente il bel palazzo liberty, soprannominato appunto Ca’ de l’oreggia. L’orecchio-citofono è andato in pensione da poco tempo, ma prima serviva ai visitatori per annunciarsi al portiere. Geniale.

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4. UN TESCHIO ROCOCÒ

Se ti trovi a passeggiare nei dintorni dell’Università Statale di Milano, avviati verso piazza Santo Stefano. Troverai una chiesa maestosa e imponente, che dà il nome alla piazza. Non fermarti ancora: dirigiti verso destra ed entra in quella piccola chiesetta, dall’aspetto quasi insignificante. Ora puoi fermarti e lasciarti stupire: teschi, tibie, peroni e femori ricoprono e decorano le pareti della Chiesa di San Bernardino alle Ossa.

Chi ha avuto l’idea di alternare teschi a decorazioni Rococò? I Disciplini, un ordine di religiosi dediti al culto dei morti, che a metà del 1600 - in seguito al crollo della due chiese - decisero di ricostruirne una delle due con uno stile più eccentrico ed originale. Le leggende - più campaniliste - raccontano che le ossa appartengono ai martiri cristiani guidati da Sant’Ambrogio morti in una battaglia per difendere la città. La verità - più semplice - è che sono i resti dei morti provenienti dell’ospedale poco distante. Ma lo spettacolo non cambia.

5. U’MIA BELLA MADUNINA: CANI, GATTI E DITTATORI

Milano è per definizione la città della Madonnina, la splendida statua in cima al duomo che scruta e protegge la città. Se lo chiedi a qualunque milanese - anche i milanesi acquisiti! - inizierà a cantare fiero ed orgoglioso la celebre e omonima canzone. Se ti spingi però a domandare allo stesso milanese com’è il Duomo all’interno, ti risponderà di non ricordarselo perché la prima e ultima volta in cui lo ha visitato è stata in seconda media, in gita con la scuola.           

Il simbolo della città meneghina riserva varie e sorprendenti curiosità. Pare infatti che tra le innumerevoli statue che decorano la cattedrale ce ne siano molte davvero insolite. Si narra che gli scultori dopo 700 anni di intarsi fossero a corto di idee e accettassero volentieri suggerimenti. Così, tra le guglie meneghine, sono finiti Napoleone, due pugili, innumerevoli gatti, cani e altri animali e… Mussolini. Per vederli devi salire sul tetto (c’è l’ascensore, non temere) e quando arrivi all’esterno gira a sinistra, guarda verso nord-ovest e cerca in basso il pinnacolo a due punte.

6. NOVE METRI IN NOVANTACINQUE CENTIMETRI

Pensi che la realtà virtuale sia una scoperta del ventunesimo secolo? Ti sbagli di grosso. Se ti capita di passeggiare per via Torino, fai una piccola deviazione e vai a visitare la piccola e nascosta Chiesa di San Satiro, che si trova subito dopo via Sperorari. Scoprirai un abside - che per coloro che non erano molto attenti alle lezioni di arte al liceo, è la parte dietro all’altare - profondo nove metri. Ma sai la verità? In realtà misura solo 95 centimetri.

Magia? No, è solo un gioco di prospettiva estremamente efficace. A progettarlo è stato nel 1480 niente di meno che Donato Bramante, mentre era alla ricerca di una soluzione originale per costruire un abside alla chiesetta di San Satiro, nonostante lo spazio fisico fosse limitato da una strada dietro la Chiesa. Quando si dice fare di necessità virtù.

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